La pelle, un materiale naturalmente sostenibile: l’economia circolare che parte dalla conceria

Dallo scarto dell’industria alimentare a prodotto d’eccellenza: il modello italiano tra innovazione, sicurezza e riduzione dell’impatto ambientale.

La pelle è uno dei materiali più antichi utilizzati dall’uomo, ma anche uno dei più sostenibili. La sua storia affonda le radici agli albori dell’umanità, quando i primi uomini decisero di non scartare la pelle degli animali utilizzati per l’alimentazione, trasformandola invece in abiti rudimentali. Quel gesto, apparentemente semplice, rappresentò uno dei primi esempi di recupero delle risorse e di economia circolare.

A distanza di migliaia di anni, questo principio resta valido, anche se spesso non è più così scontato. La pelle, infatti, è a tutti gli effetti un materiale recuperato: proviene dagli scarti dell’industria alimentare e viene trasformata in un prodotto di grande valore. Per questo motivo è fondamentale comunicare con chiarezza il ruolo della conceria nel recupero di questa risorsa e l’impegno del settore, in particolare quello italiano, nel migliorare continuamente le proprie performance ambientali.

L’industria conciaria svolge infatti un ruolo essenziale nel recupero di una grande quantità di materiale che altrimenti dovrebbe essere smaltito. Oltre il 99% delle pelli lavorate proviene da bovini e ovicaprini ed è uno scarto dell’industria della carne. Dal punto di vista tecnico si tratta di un Sottoprodotto di Origine Animale (SOA), il cui recupero è regolamentato da normative europee, nazionali e locali.

Ogni anno, a livello globale, le concerie recuperano circa 1.700 chilometri quadrati di pelle grezza derivante dalle necessità alimentari dell’uomo. La quota dell’Italia rappresenta circa l’8% di questo totale, pari a circa 125 chilometri quadrati. In un mondo in cui il consumo di proteine animali rimane elevato, il contributo delle concerie è quindi fondamentale per trasformare un potenziale rifiuto in una risorsa preziosa.

Da scarto a eccellenza: è questa la trasformazione che rende la pelle un materiale unico. Attraverso il processo conciario, un residuo dell’industria alimentare diventa un prodotto di altissima qualità, capace di garantire prestazioni tecniche ed estetiche durature. Scarpe, borse, giacche, divani o sedili realizzati in pelle si distinguono infatti per la loro resistenza nel tempo e per la capacità di mantenere valore e funzionalità molto più a lungo rispetto a molti materiali alternativi. Non solo: la pelle tende a migliorare con l’uso, acquisendo una patina e un carattere che raccontano la storia di chi la utilizza.

Il settore conciario italiano rappresenta oggi un modello industriale avanzato anche dal punto di vista della sostenibilità. Dal 2003, il comparto si è dotato di uno strumento fondamentale di monitoraggio e trasparenza: il Rapporto di Sostenibilità elaborato da UNIC – Concerie Italiane, l’associazione che rappresenta le imprese del settore. Il documento fotografa l’impegno di oltre 1.200 piccole e medie imprese, che da anni investono nel miglioramento continuo delle proprie prestazioni ambientali, sociali, etiche ed economiche.

I risultati sono concreti. Negli ultimi dieci anni le concerie italiane hanno ridotto il consumo di acqua del 16%, l’utilizzo di prodotti chimici del 17% e quello di energia dell’8%, dato che arriva al 28% se si considera un periodo di quindici anni. Nello stesso tempo si è registrata una diminuzione del 38% delle emissioni in atmosfera e del 26% dei rifiuti prodotti.

Anche sul fronte della depurazione idrica i risultati sono significativi: il livello di trattamento delle acque raggiunge il 97,4% per i COD e il 99,5% per il Cromo III, a conferma dell’elevata attenzione del settore verso la tutela ambientale.

La pelle conciata in Italia garantisce inoltre standard di sicurezza molto elevati per il consumatore finale. L’utilizzo di prodotti chimici è regolato dalle normative europee più rigorose, come i regolamenti REACH e POP, ma il settore va spesso oltre i requisiti di legge. Le aziende effettuano infatti ulteriori controlli sul prodotto finito per garantire una gestione chimica corretta lungo tutto il processo produttivo.

La collaborazione con le grandi case di moda, spesso impegnate nel perseguire obiettivi ancora più restrittivi rispetto alle normative, ha inoltre stimolato ulteriori investimenti tecnologici e una maggiore attenzione lungo tutta la filiera. Tra i temi più rilevanti emergono il benessere animale e la tracciabilità delle materie prime, elementi sempre più centrali per il mercato globale.

Importante anche l’attenzione alla sicurezza sul lavoro. Secondo gli ultimi dati disponibili, la frequenza relativa degli infortuni nelle concerie italiane è pari a 26,1 ogni 1.000 occupati, con una riduzione del 43% rispetto a quindici anni fa e un calo complessivo degli incidenti pari al 56%.

Un ruolo chiave in questo ambito è svolto dall’ICEC – Istituto di Certificazione della Qualità Conciaria, che negli ultimi venticinque anni ha sviluppato numerosi standard e certificazioni dedicati agli aspetti ambientali, sociali, etici ed economici della produzione. Oggi oltre il 50% del fatturato del settore proviene da aziende che possiedono almeno una certificazione ICEC.

La vocazione circolare della pelle si manifesta anche nel recupero degli scarti del processo conciario. Fanghi di depurazione, rasature, rifili e altri residui vengono infatti trasformati in nuove materie prime destinate ad altri settori produttivi. Da questi materiali si ricavano fertilizzanti e biostimolanti per l’agricoltura, gelatina e collagene per l’industria alimentare, oltre a granulati e conglomerati utilizzati nell’edilizia.

Grazie a questo approccio integrato, la pelle si conferma dunque un esempio concreto di economia circolare applicata all’industria. E il settore conciario italiano continua a rappresentare un punto di riferimento globale per le filiere internazionali della calzatura, della pelletteria, dell’abbigliamento, dell’arredamento e dell’automotive.